Il fast-food, lo Zen e l’arte del Döner Kebab

Ho letto sulla Lonely Planet che il Döner Kebab è stato inventato qui, a Berlino. Il kebab pre-esisteva, ma veniva servito in un piatto, con salsine, insalatina e altre cosine -ine. Si tratterebbe di una ibridazione, nata dall’idea di un immigrato turco in Germania all’inizio del secolo.
Ho una mezza impressione che si tratti di una leggenda culturale, come quella secondo la quale gli involtini primavera sarebbero stati ideati da un napoletano; o quella che afferma che la Pizza Bolognese sia una invenzione nordeuropea. Non è molto credibile.
(per quelli che non vivono in nord Europa, appunto: si tratta di una pizza con sopra il ragù. Ovvio, no?)

Comunque sia, a Berlino il Döner Kebab lo si può comprare ovunque, è talmente diffuso ed amato che anche le pizzerie da asporto e i baracchini di roba cinese si sono adeguati e lo vendono. A volte, per darsi un contegno, il kebabbaro di un ristorante cinese è proprio turco, o per lo meno ci somiglia: potrebbe anche trattarsi di un orientale che si sottopone ogni giorno a ore di trucco solo per lavorare lì. Non si sa mai.

Ovviamente il Kebab qua non è esattamente come il nostro.
Tanto per cominciare, costa molto meno: da 1,5€ a 3€, se si ha voglia di essere rapinati. Non so altrove, ma a Bologna si può scegliere tra 3,5€ e 4€, se lo si vuole comprare da un compagno e sostenere la causa anti-imperialista; e poi mi chiedo perché i foruncoli hanno fatto la loro ricomparsa sul mio viso dopo 12 anni di assenza. Sarà mica la dieta a kebab, salse e burro e, quando voglio stare leggerino, patatine fritte? Chissà.

Ma la cosa più importante, la più notevole differenza tra i Berlinkebab e quelli italici è che qui sono enormi. ENORMI, davvero. Davvero ENORMI. O meglio: il contenuto è enorme; il panino, la parte di pane vero e proprio intendo, un po’ meno. Diciamo sottodimensionato.
Avete presente i vestiti di Bruce Banner quando diventa Hulk? Ecco, una cosa del genere.

Ragion per cui riuscire a mangiare senza spargere carne, salse e insalata in giro, per terra o, più tipicamente, sui vestiti puliti[*] è mangiare lentamente, con circospezione, prestando molta attenzione ad ogni boccone. E’ una specie di versione alimentare del gioco dello shangai: un morso male assestato ed è finita.
E’ un fast-food Zen.
Ci vuole calma. Rispetto. Bisogna sapere apprezzare ogni attimo.

Oppure avere una buona scorta di vestiti nell’armadio.

* i vestiti sporchi hanno una sorta di campo di forza che li protegge dalle nuove macchie.
Se una camicia è già macchiata in modo indelebile, è notoriamente possibile indossarla durante la riverniciatura dell’intera casa, per ritrovarla alla fine con esattamente le stesse identiche macchie.

5 Responses to “Il fast-food, lo Zen e l’arte del Döner Kebab”

  1. FE Says:

    Confermo quanto dici sul kebab teutonico vs bolognese. per quanto riguarda la pizza bolognese ti invito ad ammirare la presenza, nella ricetta del Gouda, tipico formaggio emiliano

  2. Aliosha Says:

    Boh, io neanche so cosa sia il Gouda, google mi dice che è una città in Olanda.

    La mia preferita, comunque, è la tipica “Pizza Gyros”:
    http://www.marions-kochbuch.de/rezept/0248.htm

    (a parte tutto, in Suomi-Finland, le pizze che si trovavano sempre erano: Pizza Francescana e Pizza Bolognese. Se non ricordo male, la Francescana era con carciofini, prosciutto cotto e olive)

  3. Aliosha Says:

    Vabbé, non ho resistito: la “Pizza Francescana” è con:
    ost, tomat, skinka, champinjoner.
    Ovvero: formaggio (forse sempre il Gouda), pomodoro, prosciutto, funghi.

    Come a dire: una prosciutto e funghi.

  4. FE Says:

    il Gouda è per l’appunto un democristianissimo formaggio olandese, senza infamia nè lode. Sfido chiunque a mangiare ad intervalli settimanali del Gouda e riconoscerlo come tale. Un formaggio inutile (non mi sapevo capace di un tale astio per un formaggio)

  5. Aliosha Says:

    Boh, non so se posso odiare un formaggio.

    Per lo meno, non come odio la cucina nigeriana del ristorante Mama Africa di Milano, né quanto disprezzo il redattore de “il Pappamondo” che ha frainteso l’esser solidali con i compagni sfruttati col non dire:
    Hej, SI MANGIA DI MERDA, davvero, di merda, i vostri soldi dateli a qualcuno che se li meriti”.
    Ecco.

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