La lingua modifica il mondo che percepiamo: lo sanno tutti, o quasi.
Non si modificano le cose più banali: un gatto è e resta un gatto, in quasi tutte le lingue. Quasi, perché in alcune isole della Papua Nuova Guinea gli unici animali presenti erano i maiali. Quando vennero in contatto con gli invasori i conquistatori i civilizzatori europei, si trovarono di fronte ad una serie di nuovi mammiferi (e malattie; e sfruttamenti; e modi interessanti di morire). Nella loro lingua, se non erro, gatto vuol dire “maiale con gli artigli che si arrampica sugli alberi“.
Potrei sbagliarmi, ma si tratta di quelle nozioni che, se non sono vere, vale la pena che lo siano.
Non sono le cose più banali che cambiano: sono quelle meno evidenti, quelle che possono essere suddivise in diversi continuum. Tutti sanno che gli Inuit hanno decine di parole per neve. O meglio: non hanno ALCUNA parola per neve, hanno tante parole per indicare “la neve su cui puoi camminare”, “la neve con cui potrai trovare cibo”, “la neve bastarda in cui creperai di fame”, “la neve che non è più proprio come quella di quando eravamo giovani, quella sì che era neve, non questa robetta dei giorni d’oggi” e così via.
I colori cambiano da cultura a coltura, così anche le note, e il modo di distinguere suoni e vocali (come sa qualunque italiano che si sia trovato per la prima volta alle prese con il suono pseudovocalico di weird e con quella i-u-i che i tedeschi indicano con ü).
Dicevo, i colori cambiano da lingua a lingua, da cultura a cultura.
Qualche giorno fa dovevo incontrare una amica a Berlino, in centro, a Mitte, nel Gendarmenmarkt per l’esattezza. E fino a lì, armato di cartina (in quanto, come mi fa notare qualcuno, non riuscirei a trovare la porta del bagno senza una cartina in mano), ci ero arrivato.
“I am near the blue trabbi” mi messaggia lei, “Sono vicino al trabbi blu”.
Ok. Non sapevo cosa fosse ’sto trabbi, avevo cercato sul dizionarietto portatile, che si era rivelato inutile come sempre: avevo ipotizzato che fosse qualche cosa legato al trotto (trab), per cui mi ero messo a cercare magari una carrozza blu. O comunque qualche cosa di blu, attorno o dentro la piazza. Prima o poi l’avrei vista, no? Ed avrei anche capito cos’era un trabbi.
Mi guardai attorno.
Guardai meglio.
Feci una camminata in giro, esplorai: niente di blu, a parte un bagno chimico. Insomma, come luogo d’incontro non è che fosse il massimo. E comunque, la mia amica NON ERA vicino al bagno chimico; neppure dentro, a meno che non si nascondesse bene, mentre altri lo utilizzavano. Mi pareva improbabile.
Non trovavo niente di blu, non vedevo nemmeno la mia amica.
Alla fine sentii qualcuno che urlava Aliosha: mi girai, ed eccola lì.
Era vicino ad una buffa auto azzurro chiaro. Andai verso di lei, saluti eccetera, e infine le chiesi:
“Ok, cosa è un trabbi, e dov’è ’sto trabbi blu?”
“Questa qui, no? Una trabant blu“.
Guardai la macchina: a parte che supporre che io sapessi che una trabbi era una trabant* era chiedere un po’ troppo; per me non era blu. Per nulla. Anche se mi avesse detto I am near the blue trabant, io non l’avrei vista. Era azzurra. Azzurro chiaro chiaro.
Non blu. Nemmeno blu chiaro, e comunque se mi si dice blu, io penso blu elettrico o magari blu oltremare. Non azzurro.
Io: “Non è blu, è–hm, in inglese non c’è, ma è azzurra, sai, blu molto chiaro”
Lei: “No, è blu”
Insomma, in tedesco (e in svedese, non è la prima volta che mi succede), non c’è il concetto di azzurro. Il cielo di un giorno estivo, quello chiaro chiaro quasi bianco, è blu come il cielo quasi notturno. Lo stesso colore, uno più chiaro, l’altro più scuro. Per me no: per me quella macchina era invisibile, perché non era blu.
Per nulla.
Continua a farmi impazzire, questa cosa.
Lo so, lo posso capire: dopo tutto, io chiamo verde una gamma di colori amplissima, dal verde militare, al verde scuro, al verde pisello, al verde psichedelico-fricchettone anni ‘60; probabilmente un pittore ha dei nomi per ognuna di quelle tonalità, ma io disegno in bianco e nero. Posso capire che per loro, per i tedeschi, blu e azzurro siano sempre blu. Lo so. Ma ogni volta che non ci si capisce per questo, ci penso sopra per giorni.
* la trabant era la macchina per eccellenza nella DDR.
Piuttosto buffa, a due tempi (!), ora baluardo dell’Ostalgie, la nostalgia dell’est (estalgia?).
La prossima volta che vi diranno: “stai perdendo del tempo con Internet” potrete rispondere: “ho imparato cosa è una trabant“. Nessuno avrà il coraggio di ribattere!
PS la foto è di QUELLA trabbi: l’ho scattata io.
PPS in questa pagina si scopre più di quanto si possa voler sapere sui colori e il web. Bella, anche se in giapponese.
luglio 7th, 2004 at 8:13
bella quella trabbi blu.
luglio 7th, 2004 at 9:07
Anche in inglese l’azzurro non c’è: “blue” indica tutta la gamma dall’azzurro bebè (baby blue, appunto) fino al blu scuro (dark blue). Però se uno non vuole indicare la sfumatura, azzurro e blu si indicano con la stessa parola.
luglio 7th, 2004 at 9:40
Lo so, ma io non ho mai avuto problemi con gli angofoni.
Ho avuto problemi parlando IN INGLESE con dei tedescofoni e con degli svedesofoni, e mi hanno comunque spiegato che anche in tedesco, e in svedese, l’azzurro non c’è.
Non solo è la stessa parola (e vabbé): è lo stesso colore, come per me verde pisello e verde militare (ok, non è PROPRIO lo stesso colore, ma non sono due colori differenti!)
ottobre 26th, 2004 at 5:29
Che peccato che questo l’ho visto cosi’ tardi’!. Un po’ di tempo fa facevo io un compito sul questo concetto (Allora, la domanda ‘La lingua puo’ cambiare il modo in cui si pensa, percepa e [i]reasons[/i]) – questo esempio sarebbe stato molto bello. Be’, se non potevete vedere ancora, parlo l’inglese di solito e studio l’italiano da un anno e mezza – è vero che in inglese non esistono due parole diverse che significano ‘blu’ e ‘azzurro’. Pero’, che non esistono non significa che io, un australiano che parla l’inglese, non vedo la differenza – è chiaro.
Ci sono altri esempi pero’, in cui la lingua cambia la [i]‘perception’[/i] che si ce l’ha. Ho dimenticato dov’era, ma scrivendo il mio compito ho trovato che esiste un posto in cui le parole ‘forte’ e ‘grasso’ sono la stessa parola (se mi potete capire..) – Che un bambino non puo’ essere grasso, invece è forte. Strano..? In questo caso è piu’ giusto [i]appropriate[/i] dire che non è esiste il concetto, perchè è qualcosa che la gente di questo posto non vede proprio.
Allora ho piu’ che potrei scrivere, ma non so neanche se questo sara’ letto e cosi’…. Be’ ho perso abbastanza tempo scrivendo questo – dovrei star studiando..
novembre 1st, 2004 at 17:47
Lo so che percepisci la differenza tra azzurro e blu: ma non come colori differenti. Lo stesso colore, uno più chiaro e l’altro più scuro. Per noi SONO DIVERSI.
Come dire: anche io percepisco la differenza tra i vari colori della neve: ma è sempre neve, più scura, più chiara, eccetera. Mentre per un altro popolo, non è neve, affatto: è QUEL TIPO di neve, o quell’altro.
I tedeschi fanno fatica a differenziare tra essere fortunati e felici (stessa parola), e ci sono dei popoli che non hanno il concetto di numero sopra al due (uno, due, molti) che stentano a contare sopra al tre, davvero; hanno problemi con le carte, per capirci (era in un numero recente del New Scientist).
Le etichette che diamo al mondo lo cambiano, NON COMPLETAMENTE, ma di certo lo influenzano.