C’è una canzone che ti suona nelle orecchie, e diresti anche che è bella se non sapessi che è tua. E non credi nell’autoincensarti.
C’è un calendario sulla parete che indica ancora agosto, ma non aver strappato le pagine non ha imprigionato caldo e sole.
C’è la pioggia sottile che ha reso i tuoi pantaloni da b-boy fiero un batuffolo di ovatta. Farli trascinare per terra d’estate, fa fico. Ora, fa solo macchie sul pavimento.
C’è un numero di telefono che non suona, e forse non ti importa così tanto che suoni. Anche dall’altra parte della cornetta il freddo oramai sogghigna.
C’è il piccolo senso di sconfitta che hai quando accendi il riscaldamento per la prima volta dopo mesi. Continui a ripeterti che “diciannove gradi in casa non sono pochi”, ma tremi ancora, e ti stringi nella giacca che ti ostini a portare in casa.
C’è tanto lavoro da fare, ed un senso di vuoto nel sapere che non hai voglia di farlo, anche se è il tuo lavoro e ti piace.
Ci sono mani da stringere, lavori da finire, treni da prendere e notti insonni da passare tra risate e lacrime, attraverso un lungo gelido tunnel che riconduce al prossimo riavvicinarsi del sole, con un numero, trentacinque, che un pò ti fa pensare ed un pò ti fa paura.
C’è silenzio lontano dagli amici e dagli affetti: è il primo giorno di gelo, che come ogni anno ti lascia senza parole.